tra l’osso e la cartilagine. tra il dente e la radice.
in quei piccoli spazi fatti di buio, di grigio assenza.
nella camera iperbarica che non ti ho saputo costruire, dove l’aria non ti consuma, dove il sole non ti invecchia. tra i polpastrelli e la carne, dove la pelle sembra trasparente. negli accordi complicati, quelli che non capisco, di cui non conosco le posizioni, di cui non so il nome, quelli di cui ti avrei chiesto.
nelle nuove abitudini, in quelle che sembrano secolari ma che ho rubato dai tuoi cassetti. in quei decimi di secondo che intercorrono tra un respiro nuovo ed uno che si esaurisce. nelle apnee di ottobre, nelle decorazioni di dicembre, nei silenzi intelligenti e in quelli imposti. nelle scuse che ti dovevo, in quelle che ho inventato perché non c’era niente di cui scusarsi. ma ero sincero, amore mio, perché ho saccheggiato le tue stanze, ho fatto incetta delle perplessità che hai quando dormi poco, e perché “amore” non ti ho mai chiamato.
così ti ritrovo lì, tra l’osso e la cartilagine, tra il dente e la radice, in quei piccoli spazi fatti di buio, di grigio assenza, questa notte e molte altre ancora.
e torno a parlarti, con i fonemi più dolci che conosco, con tutta la paura con cui mi copro le spalle, ricordando strette di gradini e cotone.
lì, sperando di farti sorridere, nell’abbraccio ultimo.


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