Dell’autunno non so parlare. A me quell’arancione blocca la gola, tiene in ostaggio le tonsille e mi ruba gemiti ed esternazioni.
Ma stavo bene. Mi correggo: stavo meglio. Era ora di dirselo. Quantomeno sussurrarselo. Lui, il ragazzo dall’armatura sottile di bicordi inesperti, se ne stava in silenzio, tra latte di riso e sorrisi mascherati da sorrisi. Il giorno in cui ho ripreso a camminare non mi sono chiesto se avessi muscoli atrofizzati o tendini stanchi.
E’ di venerdì temerari che si nutrono i racconti, e di camminare avevo davvero bisogno.
Circolazione sanguigna, staffette di ossigeno e anidride carbonica, sintesi clorofilliana dei tessuti. A dire il vero non furono chilometri, metri o centimetri faticosi. Furono discese sorprendenti, ma non per questo senza qualche affanno. Mi era stato proibito di guardare indietro.
Orfeo si era raccomandato, e lui ne sapeva qualcosa.
Storie diverse le nostre, eppure sentivo di doverlo ascoltare.
Non mi voltai, e non perché avessi dimenticato, né perché sentissi che fosse sbagliato farlo. Mi hanno cresciuto a pane e ripensamenti, perché insieme al latte sono loro che ti fortificano. Le decisioni a testa alta e voce ferma fanno curriculum, impressionano le masse, ma sono libri scontati, commerciali, fanno il tutto esaurito come le chiese la domenica. Invece i ripensamenti fanno di te un essere pensante, qualcuno che delle proprie scelte ama le rughe e non si spaventa al primo reumatismo.
Non mi voltai questa volta.
Avevo con me scarpe più comode, comprate controvoglia, e avevo cominciato ad ascoltare. Quello sì che era stato un errore. Essermi tappato le orecchie per l’ennesima estate. Un ascolto mono per settimane, che poi si erano trasformate in mesi e successivamente in stagioni. Tolte le mani, ecco la magia dello stereo.
Left. Right.
E scopri una linea di pianoforte che non sapevi, suoni panpottati che innalzano lo spirito, che guidano un movimento e accarezzano i nervi.
Quella notte l’arancione ancora non si vedeva, eppure era già lì, annunciato e commentato dai più. Avevo ancora la gola aperta, mandavo giù saliva senza problemi, respiravo a metà polmoni (questa è un’altra storia), ma respiravo, e i rami da scacciare erano sempre meno. Giusto piccoli arbusti, così piccoli che cominciavano ad accarezzare pelle e cotone. Arrivai da lui senza intenzioni. Nessuna tesi, nessun teorema, nessuna convincente spiegazione. Pensavo che aver attraversato quella strada fosse sufficiente.
Spero di non essermi sbagliato.
Arrivai lì senza chiedere permesso, perché la porta era aperta. Ancora adesso c’è chi dice che la mia fu solo fortuna, altri ripetono arroganti che di colori non è mai morto nessuno. Io tra me e me rispondevo “di colori siamo morti tutti, prima o poi”, ma effettivamente quel giorno non si vide nessun boia, proiettile, ghigliottina o veleno endovena.
Non saprei dire se fosse merito di quelle tanto osteggiate scarpe nuove o della cioccolata alle nocciole.
Noi due, di quanto tempo saremmo rimasti lì ad osservare sornioni una stagione che di solito mangia spade e corazze, non parlammo.
Ma ci furono albe da scappare e gradini su cui salire.
E finalmente torno ad ascoltare.
Left. Right.
Del resto, frankly, my dear, I don’t give a damn.


1 commento
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15 novembre 2010 a 16:04
unoacaso
:*