DISCLAIMER: questo post è stato scritto dal mio alter ego di 17 anni. L’adolescenza è difficile e i pensieri a quell’età sono scontati e insopportabili come i canditi nel panettone. Chiedo scusa per lui.
Stavo pensando ai nomi che si danno alle cose.
Non solo agli oggetti, ma anche alle persone, ai gatti, ad una data.
E’ ufficiale che tutti noi abbiamo bisogno di trovare un nome che identifichi un vicolo, un detersivo o un essere umano, e che magari ne definisca il genere (i/le vari/e Andrea di questo mondo sono dei fortunati freak) e lo distingua da un altro.
Eppure, non troppo tempo fa, il caro vecchio William ci ha svelato la poca importanza delle sillabe legate ad un fiore, affermando che giustamente profumerebbe lo stesso.
Effettivamente anche il soffritto potremmo chiamarlo cerbottana ma sarebbe ugualmente una delle invenzioni più grandi degli ultimi secoli.
Anche un vegano* sarebbe d’accordo.
Peccato che il sempre caro e vecchio William, con la sua penna sapiente e affatto pessimista, faccia morire i suoi protagonisti proprio a causa di un (cog)nome.
Quindi? Sir William, mi rivolgo a Lei: i nomi, le etichette, sono davvero esclusivamente delle convenzioni?
Perchè con la rosa e i soffritti siamo bravi tutti, ma un parto sarebbe ugualmente straordinario anche se lo chiamassi… non so… atterraggio?
Un dolore sarebbe altrettanto autentico anche se decidessi di chiamarlo tentativo?
E perchè spesso un rischio rimane tale anche quando vorresti chiamarlo resurrezione?
Mi chiedo come sia possibile che in secoli di vocali e consonanti, di cartellini ai polsi dei neonati e di “Piacere, mi chiamo Romeo”, si possa ancora aver paura di dare il nome giusto alle cose, alle nuove stazioni, ai gelati di notte.
E così comincio a pensare che in fondo la colpa sia un po’ sua, Sir William.
Voglio dire, grande storia e finale mozzafiato, ma… ecco, non esattamente di buon auspicio.
Forse invece di metterci in guardia ci ha solo spaventati.
Aspetto la sua risposta, Sir William. Senza veleno, pugnali e frati disorganizzati, se è possibile.
Non ci metta molto, non vorrei continuare a chiamare panorama un cortile chiuso tra due palazzi.
Grazie.
* questo intero papocchio chiamato post (qual è il nome giusto?) era solo uno strano pretesto per dire vegano.


1 commento
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22 luglio 2010 a 14:51
Carlo
…e poi a volte può succedere che nel momento in cui dai un nome a una cosa, paradossalmente quella cosa finisce di essere. O non ti piace più. O ti innamori del nome e non della cosa in sé. Insomma, i nomi sono una spina nel fianco. (dove “spina” e “fianco” sono nomi sostituibilissimi con altri.)